Archivio per la categoria ‘viaggio in Nepal con CBM’

Sono di ritorno dal Nepal, in volo sull’aereo, a due ore da Milano. Prendo l’iPad e comincio a fare un veloce montaggio. Ho bisogno di registrare le mie emozioni prima che si dissolvano nella routine. Vorrei rivolgermi ai miei compagni di viaggio: Laura e Tiziana, Ale e Luciano, Dinesh e Silvana. Questo è per voi:

E’ raro mettere insieme un gruppo e sentire l’armonia fluire al suo interno, eppure a noi è successo. È banale dire che siete persone straordinarie, ma ringrazio ognuno di voi per la lezione di vita che mi ha trasmesso. L’entusiasmo, la professionalità, l’esperienza, la capacità organizzativa, ma soprattutto l’umanità che avete dimostrato sul campo è un esempio per la nostra civiltà. Il mondo intero avrebbe tanto bisogno di più persone come voi, ammirevoli nella rettitudine dei princìpi e nella solidarietà sconfinata. Per sette giorni mi avete liberato da tutte le inutilità della nostra società e mi sono sentito nudo e fragile. Mi avete fatto piangere a dirotto e ridere a crepapelle. Mi avete fatto vedere che davvero avete un cuore grande, gonfio di pura sensibilità e vi ringrazio anche a nome di chi ignora i vostri sforzi, perchè l’amore verso le persone in difficoltà è sicuramente il più nobile dei sentimenti. Io vi ho visto in azione, io sono stato testimone del vostro operato, io ho osservato da vicino chi siete e cosa fate esattamente e in qualità di divulgatore sento il dovere di gridare agli altri che esistete, che la compassione non si è estinta e che c’è ancora chi combatte schierato con l’esercito del Bene. Spero di essermi guadagnato un posto di combattente tra le vostre fila. Per me voi tutti siete degli angeli, venuti sulla Terra per aiutarla a riemergere.

Vi voglio tanto bene e non dimenticherò mai l’esperienza che mi avete regalato. Sappiate che mi avete cambiato la vita. Siete tutti nel mio cuore.

Con la più grande stima,

Daniele


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7 giorni. Solo. Sembra che sia passato un mese. Ho fatto così tante cose che il tempo si è dilatato. E’ giunta l’ora di partire.

Guardo la mia valigia aperta sul letto. Sembrano le fauci di un ippopotamo mentre sbadiglia. Tutt’attorno magliette sporche e sudate, calzini sparpagliati, mutande, libri e tanti fogli e foglietti.

La valigia del ritorno è sempre più semplice. Basta accartocciare tutto e spingere con forza.

Metto sul computer “Saturday Sun” di Nick Drake e comincio a sistemare la mia roba. Alla fine ho usato tutto. Avevo paura di aver portato troppo, invece no. L’unica cosa che non ho usato sono le scarpe di riserva. Adesso so che ne basta un paio solo, da trekking.

Non ho voglia di fare foto. Non ho voglia di registrare questo momento. Non ho voglia di andarmene.

Vi basti sapere che sono nella mia stanza in un hotel di Kathmandu, con un asciugamano attorno alla vita, con la finestra aperta su un parco pieno di scimmie, con una giornata stupenda.

Mi devo muovere perchè gli altri mi aspettano. Mi vesto velocemente e controllo di non aver dimenticato nulla. Mi guardo allo specchio e vedo qualcosa che si muove velocemente alle mie spalle. Mi giro di scatto e trovo una foglia sul letto. La raccolgo e cerco di capire cosa mi sta dicendo il destino. Secondo me è un segno. Guardo le tende ondeggiare… E’ il vento che mi saluta.

Esito ancora un attimo, poi mi infilo lo zaino in spalla, prendo la valigia e apro la porta. Arrivederci Nepal.

Ho ancora molte cose da dirvi. Ci sentiamo dopo.

Ho un grande rispetto per la cultura e le tradizioni ultra millenarie, ma la condizione femminile in Nepal è scandalosa. Le donne hanno ben pochi diritti. Sono nate per lavorare e servire l’uomo. Non vanno a scuola e non vengono istruite perché non avrebbe senso. Quello che devono imparare glielo può insegnare la mamma. Sono a tutti gli effetti degli esseri inferiori.

Ecco la dimostrazione. Tre donne che fanno i muratori:

Quando nasce una femmina è già un motivo di dispiacere per la famiglia, ma quando nasce una bambina disabile, allora è una vera tragedia. Sono considerate degli esseri spregevoli, inutili, una vergogna, dei mostri da nascondere, a cui è negato ogni tipo di diritto.

Vengono chiuse in casa e diventano un peso insopportabile per chi abita con loro perché non lavorano. Nelle condizioni di povertà in cui si trova il Nepal, quando una famiglia ha due figli, uno sano e uno disabile, a chi pensate venga dato il poco cibo disponibile? Per questo motivo molte bambine con problemi fisici o mentali muoiono per denutrizione.

Oltre ai maltrattamenti inflitti alle donne disabili, anche la stessa famiglia può ricevere delle minacce. Per capire i motivi bisogna sapere che le due religioni principali del Nepal (induismo e buddismo), prevedono precise regole di reincarnazione e karma. Il karma è la legge di causa ed effetto. Per ogni azione c’è una conseguenza. Se una persona rinasce in questa vita con delle diversità è per colpa del suo cattivo karma. Vuol dire che nella vita precedente ha fatto qualcosa di malvagio, quindi è considerato un demone che deve scontare la sua pena. Se i genitori, per amore istintivo, proteggono o aiutano il proprio figlio disabile sono altrettanto colpevoli.

La femmina disabile è il gradino più basso dell’esistenza umana. Il peggio del peggio. Delle creature ignobili, indegne, abiette. Non trovo altre parole per farvi capire il disprezzo che provano nei loro confronti.

Ora che sapete quanto sia infelice la loro esistenza, vi racconto la storia di Mina, una ragazza nepalese con gravi malformazioni alla colonna vertebrale, in pratica uno dei “demoni” che vi ho appena descritto. Mina arriva da un villaggio sperduto (come quelli che ho visitato nei giorni scorsi), nata da due genitori poverissimi. Quando i “medici” del villaggio l’hanno visitata hanno diagnosticato che non avrebbe avuto scampo e sarebbe morta all’età di otto anni. I genitori non dovevano preoccuparsi più di tanto, presto se ne sarebbero sbarazzati tranquillamente. Per loro era un grande sollievo!

Passano gli anni, ma Mina non muore. I genitori cominciano a preoccuparsi (!) perché la gente del villaggio è spazientita da quella scomoda presenza e iniziano a minacciarli. La mamma non regge la pressione e scappa. Di lei non si hanno più notizie.

Mina però ha un fratello più piccolo di lei di tre anni che chiede di essere accudito. Vuole essere accompagnarlo a scuola e ogni giorno impiegano un’ora e mezza di cammino per raggiungere l’aula. I sentieri sono impervi e le difficoltà motorie di Mina rallentano la marcia, ma il fratello l’aiuta portandola anche in spalla quando devono guadare il fiume, soprattutto nella stagione dei monsoni, quando le piene rendono impossibile per lei un attraversamento con le proprie gambe.

Passano gli anni e Mina riesce a sopravvivere. Ogni giorno assiste alle lezioni e impara a leggere e scrivere, senza ricevere un’istruzione diretta, ignorata da tutti e senza la minima considerazione dell’insegnante. La bimba ufficialmente non è iscritta a scuola, è solo un’accompagnatrice, e poi sarebbe stato inutile perché era destinata a morire subito. Ma la sua forza di volontà la spinge ad andare avanti.

Mina è una sovversiva. La sua tenacia la spinge anche oltre i limiti di suo fratello che non riesce a passare l’esame per entrare alle superiori. Allora comincia a prendere coscienza delle sue potenzialità, riesce ad iscriversi, completa gli studi nella high scool e con coraggio lascia il villaggio in cui è tanto odiata per andare a Kathmandu. Lì incontra il suo destino.

A Kathmandu infatti c’è il NDWA, Nepal Disabled Women Association. E’ un centro di accoglienza per donne con disabilità fisica e mentale, problemi di integrazione sociale e vittime di violenze e stupri. Per molti è un vero covo di mostri, dove regna il male. Sono tollerate a fatica e ogni tanto qualcuno chiede che il centro venga chiuso immediatamente.

All’interno di questo centro si formano gruppi di auto sostegno. Le donne disabili vengono preparate per essere inserite e accettate nella società. Vengono educate e valorizzate per le capacità che possono offrire. Riescono così ad imparare nuovi mestieri e partecipano a training specifici per acquistare fiducia e imparare le tecniche gestionali che permettono alle stesse donne di auto amministrarsi. Diventano protagoniste della propria vita, con un ruolo di rilievo per la comunità che le ha sempre emarginate!

Mina ha trovato il suo scopo. Decide di impegnare tutte le sue energie nella divulgazione di questo ambizioso progetto e così diventa la program manager project CBM, responsabile della realizzazione dei programmi di CBM all’interno della NDWA.

Mi racconta tutto questo seduti nel suo ufficio nel centro di Kathmandu, in un palazzo accogliente, sorseggiando una tazza di Masala Tea, il loro delizioso tè allo zenzero allungato con il latte e mangiando uva. Mi illustra nel dettaglio tutti gli obiettivi della NDWA e gli sforzi necessari per completare l’opera. Io rimango affascinato da questa operazione, dall’entusiasmo che mi trasmette Mina, dalla luce che emanano i suoi occhi, nonostante le umiliazioni e le difficoltà più estreme che ha passato.

Parliamo del futuro, della voglia di espansione, delle città nepalesi in cui sono nati altri centri analoghi, di come si stiano espandendo grazie all’informazione, di come sia difficile fare sapere alle donne che hanno dei diritti, quando vivono in un villaggio sperduto.

A questo punto le faccio una domanda: “Mina, sei più tornata al tuo villaggio?”.

Lei mi risponde: “Certamente. Adesso che sanno cosa faccio hanno tutti cambiato idea su di me. Sono diventata un simbolo, un esempio da seguire e anche le altre donne si stanno risvegliando. Per me è una rivincita.”

“E la tua famiglia?”

“Mio fratello è rimasto al villaggio. Io adesso sono sposata e ho un meraviglioso figlio di 5 anni. Sono felice e soddisfatta. Mio marito mi ama e la mia vita viaggia a gonfie vele.”

Alla faccia di chi la vedeva morta a 8 anni…

 

Bene. Adesso che avete letto la sua storia vi chiedo una cosa. Come vi immaginate le donne disabili che si auto sostengono? Io devo ammettere che quando le ho conosciute sono rimasto sconvolto. Perchè? Bè, preparatevi, vi faccio vedere le foto di questi esseri immondi, di questi demoni, di questi mostri.

Ecco la protagonista. Mina:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E ora che che avete preso paura, state attenti alle prossime agghiaccianti immagini. Le altre ragazze del NDWA. Tutte disabili e rifiutate dalla società!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due donne incredibili: Mina e Silvana, le responsabili di CBM per il progetto NDWA. Meritano tutto il rispetto del mondo!

due ore da turista

Pubblicato: 06/04/2011 in viaggio in Nepal con CBM

Con i vostri commenti mi avete regalato grande gioia. Grazie. Grazie di cuore.

Ci siamo spostati a Kathmandu. E’ un altro posto magico, anch’esso pieno di contraddizioni. Il primo aspetto che mi ha colpito è proprio la bellezza di alcuni templi e palazzi storici affiancata al più completo degrado. I rifiuti sono ovunque, il fiume è usato come discarica, e si cammina tra vacche, scimmie, cani e gatti.

La corrente elettrica è erogata solo in alcune ore della giornata e se si entra nei negozi dopo il tramonto, bisogna osservare la merce con le pile! Alcuni usano dei generatori, ma se pensate che questa è la capitale del Nepal, potete immaginare la povertà nel resto del paese.

Eppure mi piace tantissimo. C’è un caos surreale e arrivando in taxi sono stato in silenzio ad osservare questo mondo per me nuovo. Il traffico è impressionante. I clacson vengono usati in continuazione, sono una specie di segnalatore di posizione perchè le normali regole non vengono rispettate: contromano, sorpassi impossibili, manovre azzardate e congestione totale sono la normalità. Molti usano delle mascherine per il fortissimo inquinamento.

Dedico la mattinata ad un tranquillo giro turistico. Nel pomeriggio avrò un appuntamento importante. Ve lo racconterò nel prossimo post che vi consiglio di non perdere. Adesso vado a fare un po’ di shopping al mercato: Buddha, collanine, e canchiglieria varia. Insomma per un paio di ore farò il vero turista. Quindi eccovi le foto:

Sul Nepal è calata l’oscurità. Le nubi sono andate altrove, così mi infilo una felpa ed esco. Gli altri stanno tutti dormendo e come al solito mi ritrovo sveglio nella notte. Ci sono i grilli che mi fanno compagnia. Alzo gli occhi verso il cielo stellato. Riconosco le costellazioni che da sempre mi accompagnano in tutti i miei viaggi e stranamente ho la sensazione di essere a casa. Incredibile. Guardo l’Universo e mi sento a casa!

Respiro profondamente e l’aria frizzante mi ricorda che sono ai piedi dell’Himalaya. Ho mille pensieri che sfrecciano nella testa, mi siedo su un gradino e comincio ad osservarli. Immagini, immagini, immagini… Volti, terra, polvere, fango, confusione, odori, rumori, caos, contrasti, bellezza, bruttezza, fastidio, amore, compassione. Non ci capisco niente! Ho le vertigini. Rialzo gli occhi e dal cielo Orione mi dice che è tutto ok.

Stasera a cena mi sono dovuto alzare per andare a piangere. Mi vergognavo davanti a tutti, così sono andato in bagno e finalmente mi sono sfogato. Non è che sono una femminuccia, ma vi giuro che quelle immagini non riesco proprio a togliermele dalla testa. Ma non si tratta di angoscia, anzi. E’ smarrimento…

Io, essere occidentale pigro e viziato, sempre in sovrappeso, con ambizioni e sogni, gelosie, arroganze e debolezze varie, pieno di paranoie e insicurezze, mi ritrovo da qualche giorno sprofondato in un mondo parallelo, dove tutto quello che ho visto finora non esiste più!

Ma qual è la realtà della vita? E’ questa qui che sto vivendo in Nepal o quella della mia Milano da aperitivo?

Ripenso alle parole di Silvana, la responsabile CBM Asia (una donna eccezionale, forte come un carro armato, con un vita da film ed esperienze che riempirebbero le pagine di un romanzo d’avventura). Quando sono tornato a tavola lei mi ha detto: “Vedi Daniele, anch’io all’inizio ero piena di curiosità e mi informavo su tutto quello che vedevo di nuovo, ogni volta che affrontavo un viaggio. Ero piena di passione e rabbia per le ingiustizie. Ma ora non ci penso più. Ho 55 anni e sono italo-irlandese. Ho una casa in Inghilterra e sono spesso in Italia. Viaggio ogni settimana in diversi paesi di tutto il mondo e ormai non mi pongo più le domande, altrimenti mi perdo nella follìa. Io non vedo più le persone, vedo solo tanta gente. Non mi chiedo più il perchè di niente. Prima mi domandavo come sia possibile che in India la ricchezza estrema viva a stretto contatto con la povertà estrema. Perchè ci sono dei palazzi sontuosi e ultramoderni di fianco a capanne di sterco. Perchè dormo in un hotel di lusso in una metropoli europea e poi su una stuoia di un villaggio in Nepal… Basta. Non ci penso più. Altrimenti non capisco più dove sta la realtà. E da quando vivo senza chiedermi il perchè di tutti questi paradossi, allora riesco a lavorare per un’associazione umanitaria. Riesco ad essere attiva concretamente. Agisco. Aiuto. E riesco a vivere in ogni ambiente.”

Rifletto per qualche minuto sulle sue parole e poi un soffio di vento mi ridesta. Sento nuovamente i grilli, il fruscio degli alberi, l’aria frizzante… E di nuovo le immagini dei ricordi di questi ultimi giorni.

Voglio farvi capire esattamente cosa intendo dire, vi chiedo un piccolo sforzo di immaginazione. Le foto vi aiuteranno. Vi racconto la storia di un bambino che ho già presentato in un altro articolo. Si chiama Nitish, non si sa quanti anni abbia ed è cieco dalla nascita a causa di una cataratta bilaterale.

Nitish è arrivato all’ospedale di Biratnagar sabato scorso, accompagnato da suo padre, che non ha mai potuto vedere in faccia. Hanno fatto un viaggio di 13 ore su di un bus che dal Bihar, una regione dell’India nord-orientale, li ha portati fin qui. Non hanno soldi, non hanno bagagli, possiedono solo i vestiti che indossano. Probabilmente si sono indebitati per comprare il biglietto che costa circa 5 euro, e che potranno restituire chissà come e quando…

Sono pieni di speranza. Hanno saputo che il Biratnagar Eye Hospital è uno dei più produttivi al mondo, con una struttura specialistica studiata in modo da permettere agli oftalmologi locali di operare 36.000 cataratte ogni anno, per una media di 14 operazioni all’ora. E’ un numero mostruoso. Per soddisfare l’enorme richiesta d’aiuto (ogni giorno arrivano un migliaio di persone), hanno organizzato una vera e propria catena di montaggio. I pazienti vengono preparati per l’operazione e poi disposti su dei lettini, in fila. I medici sono schierati in modo da operare sugli occhi in continuazione. Quando hanno finito un intervento passano immediatamente a quello successivo. In questo modo hanno raggiunto un’efficienza che è diventata famosa in tutto il Nepal e in tutta l’India.

E’ il turno di Nitish! Mentre viene accompagnato in una sala per essere anestetizzato, io mi infilo il camice, il berretto, la mascherina e le scarpe sterelizzate e lo aspetto in sala operatoria.

Nitish è sotto i ferri e io posso seguire l’operazione da vicino. Verrà operato prima all’occhio destro e tra un paio di giorni a quello sinistro. Il medico deve raschiare quel velo opaco che impedisce al bimbo di vedere, deve rimuovere il cristallino e inserirne uno nuovo sintetico. Su un monitor di fianco al lettino vedo le immagini dal microscopio. Ecco il momento in cui gli viene asportato il cristallino. Ha un bisturi infilato nell’occhio!

Non sono per nulla impressionato. Le immagini in quel contesto sono normali e l’abilità del medico che opera è ammirevole. Lo osservo attentamente mentre ha i suoi arnesi infilati nel bulbo oculare di quella creaturina. E’ concentratissimo, ma sembra disinvolto. I suoi movimenti sono così delicati e armoniosi che mi ricordano le cerimonie zen giapponesi. Che lavoro! Non puoi certo permetterti di sbagliare! Penso alle partite con i bastoncini del gioco Shangai, o ai mattoncini di Jenga… Io di certo non potrò mai fare il chirurgo!

L’operazione è finita. Sono passati 15 minuti cronometrati. Il dottore alza lo sguardo verso di me e mi fa un segno con il pollice in alto. Sembra che sia andato tutto bene. Mettono una benda e Nitish viene portato in un’altra stanza raggiunto dal padre. Manca la parte più importante. Il controllo.

Il giorno successivo torno per assistere allo sbendamento. E’ un istante cruciale. Nitish potrebbe vedere il mondo che lo circonda per la prima volta e conoscere così la faccia di suo papà (speriamo non si spaventi 😀 ).

Sono sinceramente emozionato. Qui sono tutti tranquilli, per i medici e le infermiere si tratta di normale routine, ma per me è la rappresentazione di questo viaggio. Il motivo per cui sono venuto fin qui. Il padre è composto, tiene una mano sul suo petto, lo protegge, cerca di infondergli calma. Ma c’è una tempesta di emozioni nella sua testa. L’infermiera si avvicina e comincia con calma a togliere il cerotto. Il padre ha il respiro più corto. In alcuni momenti rimane come in apnea. Forse si dimentica di respirare. Tutte le sue speranze si concretizzano in questo preciso momento:

La benda viene tolta e subito un altro medico si avvicina. L’occhio viene pulito e Nitish rimane calmo. Non si sa ancora se riesce a vedere. C’è un silenzio surreale. Mi avvicino e faccio una foto… E parte il flash!!!!!!!!!!!! Noooooooooooooooo! Appena sbendati gli occhi sono estremamente fotosensibili e la luce forte provoca dolore. Con il cuore in gola per la tremenda cazzata chiedo subito al medico se posso aver compromesso l’operazione, ma lui scoppia a ridere vedendo la mia agitazione e mi rasserena. Non succederà niente. Tiro un sospiro di sollievo… Meno male! Ecco la foto in cui è partito il flash. C’è da dire che almeno così si vede bene la rifrazione della luce sul nuovo cristallino.

Ora Nitish si guarda attorno, osserva suo padre, ma non fanno in tempo a godersi il momento perchè c’è un ultimo step. Il controllo per verificare ufficialmente l’esito dell’intervento e capire se il bimbo vede bene. Questo è il momento della verità.

Il medico studia attentamente la situazione. Io continuo a chiedere cosa ne pensa, cosa vede con quella specie di periscopio, se tutto è andato per il verso giusto, se Nitish può vedere con il suo occhio destro… Ma il dottor Surin non si scompone e continua ad analizzare. Dopo un minuto alza lo sguardo dalla sua strumentazione e mi guarda… Allora? Dì qualcosa Doc!

“L’operazione è riuscita perfettamente. L’occhio destro di Nitish vede in maniera corretta. Nei prossimi giorni dovrà prendere questi farmaci… Bla bla bla bla……….”

Siiii! Nitish! Ci vedi!

Nitish si gira con la testolina, mi guarda e per la prima volta dopo tre giorni mi sorride. Io mi sciolgo, allungo la mia mano pallida e lui me l’afferra.

Tutto il resto non vale più niente.

A Biratnagar è un nuovo giorno. Durante la notte si sono susseguiti violenti temporali, ma nella mattinata il cielo si è nuovamente schiarito. Non ho dormito per colpa delle maledette zanzare che hanno continuato a torturarmi fino alle 6. Così mi sono alzato, ho fatto una doccia CALDA (che meraviglia!) e ho raggiunto il gruppo per la colazione.

Sono arrivato a Biratnagar venerdì scorso e l’hotel mi sembrava triste e squallido, ma dopo l’esperienza di Hile (il ragno, l’acqua ghiacciata e tutti gli altri disagi che vi ho già raccontato), questa stanza mi sembra un paradiso!

Da quando sono qui ho mangiato sempre lo stesso cibo. La cucina Nepalese, praticamente identica a quella indiana, è ottima, piccante e saporita, ma non c’è una grande varietà di piatti. Si mangiano le stesse cose a colazione, a pranzo e a cena! E comunque sono fortunato perchè mi piace davvero tanto. Sono veramente bravi. Certo, non bisogna pensare all’igiene. Nei villaggi, la carne prima di essere cucinata è ricoperta di mosche, i piatti e le posate vengono lavati in un’ acqua dal colore marroncino, usata più e più volte, anche dalle caprette che scorrazzano felici. Nei piatti che abbiamo usato noi, i piccioni beccavano le crosticine che contornavano la superficie. e infine l’acqua veniva riutilizzata per lavare i bambini!!!

Fortunatamente mi sono accorto di tutto questo DOPO aver mangiato, altrimenti non avrei toccato neppure un chicco di riso. 🙂

Vi chiederete della mia situazione intestinale… Bè, faccio le corna, incrocio le dita, tocco ferro e legno, ma per il momento sto bene. Prendo ogni giorno dei fermenti lattici e porto sempre con me un medicinale per un’eventuale attacco improvviso.

Come sempre aggiungo una carrellata di foto. Guardate le condizioni di povertà. Eppure, vi garantisco, non sono un popolo triste. Sono cordiali, ospitali e gentili. Meravigliosi!

P.S. Nella foto del piatto pieno di prelibatezze vedrete un pezzetto di giornale. E’ il tovagliolo!

P.P.S. Nella seconda foto un uomo spenna un pollo. Provate a zoomare nell’angolo in alto a destra… buon appetito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho talmente tante cose da raccontare che non so da dove cominciare. Inizio con il dirvi che sono stato un giorno e mezzo in viaggio tra i villaggi Himalayani per raggiungere la clinica mobile allestita a Leguwa. Durante questo periodo non ho avuto alcuna possibilità di connettermi per aggiornare il blog. Ecco il motivo del mio silenzio. Non sono disperso 🙂

Ora sono tornato a Biratnagar, sono le due e mezza di notte e sono stanchissimo. Ho vissuto delle esperienze che neanche vi immaginate, raggiungendo luoghi inaccessibili ai turisti, visitando posti che mi hanno regalato la sensazione di un’esplorazione delle vere culture locali, non ancora intaccate dalla globalizzazione.

Ho dormito in un “albergo” fornito di elettricità solo in alcune ore della giornata, senza gas e senza l’acqua calda. A darmi il benvenuto in stanza c’era, sulla parete di fianco alla branda, un ragno grande quanto una mano aperta. Ho bevuto e mangiato cibi squisiti, ma in condizioni igieniche a dir poco azzardate.

Ho viaggiato per 7 ore su un pulmino stipato di gente, con le persone abbarbicate anche sul tetto. Tutti insieme abbiamo percorso delle strade inesistenti, sentieri stretti e completamente dissestati, con alcuni tratti a picco sui precipizi. Scherzando (ma neanche troppo) mi sono messo a pregare un paio di volte con la speranza di non avere alcun guasto. I freni puzzavano di bruciato. Il motore urlava dalla fatica e le gomme fumavano per il sovraccarico. Per non parlare dello stile di guida da “sbocco”.

Ma questo è NIENTE, rispetto all’esperienza umana con la popolazione locale.

Arrivati finalmente a Leguwa con il mitico pulmino del Biratnagar Eye Hospital, abbiamo trovato una folla di persone arrivate da tutti i villaggi locali. Come avrete capito spostarsi in questi posti non è molto pratico e molti di loro hanno viaggiato a piedi tutta la notte per giungere in tempo. CBM ha organizzato una clinica mobile nella scuola del villaggio per visitare tutte le persone con problemi agli occhi. Tramite il passaparola, dei volantini e dei comunicati radio, la popolazione era stata avvertita già da tempo di questa unica occasione.

400 persone aspettavano noi del CBM con una sorpresa.

Appena siamo scesi dal pulmino ho visto che si sono disposti ordinatamente in due file parallele. Uno alla volta siamo passati in questo corridoio dove ci hanno donato a testa due ghirlande e ci hanno ricoperto di fiori. Io passavo tra bambini e anziani e loro con delicatezza mi posavano sul palmo della mano un fiore in segno di gratitudine. Li guardavo negli occhi e ancora una volta ho dovuto trattenermi da un pianto di commozione. La gioia che ho provato in quegli istanti è semplicemente inspiegabile. Sentivo che ogni fiorellino era carico della loro energia, della loro speranza, della loro preghiera. Mi posavano il fiore e poi si inchinavano a mani giunte dicendo “Namastè” con un sorriso che ti perforava il cuore. Ogni sguardo era una stretta allo stomaco perchè avvertivo nella loro semplicità la più totale trasperenza delle loro intenzioni. Avevano bisogno di aiuto e mi davano tutto quello che potevano: un grande sorriso, un omaggio floreale e una preghiera per me. Un regalo così prezioso da togliere il respiro.

Non fatevi ingannare dalle foto. Quando sanno di essere ripresi si immobilizzano e sembrano serissimi. In realtà elargiscono dei sorrisi così belli che forse nessuna macchina fotografica è in grado di catturare.

Dopo una cerimonia in nostro onore (l’ospitalità è SACRA) i dottori hanno cominciato a visitare tutti i pazienti che aspettavano il loro turno in maniera ordinata e civile. Le persone con problemi sono state preparate per essere trasportate all’ospedale di Biratnagar, dove verranno operate nella giornata di domani.

Questa è solo una veloce sintesi. Domani continuerò a raccontarvi. Ora vado a dormire perchè ho la sveglia prestissimo.

P.S. conto di mettere online tutti i filmatini una volta in Italia, qui non c’è banda.